Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica settimanale di narrativa sci-fi.Racconti sul futuro dell’uomo, della Terra e dell’universo — tra nuovi approcci alla realtà e evoluzioni distopiche del nostro presente. Ogni giovedì una nuova puntata: se hai un’idea da proporre o un racconto da pubblicare, scrivici a itmotherboard@vice.com.
12/11/2068
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Dovunque tu sia.
A Jhon,
Ok, allora, credo proprio che questa non sia esattamente il tipo di sorpresa che uno spera di trovarsi in valigia, specialmente di lunedì mattina.
Ti chiedo scusa in anticipo, per quanto possa valere.
Sai, all’inizio avevo pensato di inviarti un video di me che parlo veloce mentre vado a lavoro e cammino sotto la pioggia, sicura di me, di cosa voglio e dove sto andando.
Volevo farti vedere quanto sono arrabbiata e allo stesso tempo quanto poco me ne frega.
Poi ho pensato che era una cosa patetica per illudermi di averti dato un qualche tipo di lezione. Ho capito che forse era meglio mettere un po’ di carta stampata dentro il primo paio di pantaloni che oh! ti eri quasi dimenticato nel solito casino che regna in camera mia ogni volta che ri-torni e ri-parti come un gatto selvatico. Così magari eviti pure di rispondere.
Vedi John, per farla spiccia come piace a te, credo sia meglio che tu non torni mai più.
È un mai che vale come un per sempre, uno di quelli cui dovrai abituarti finché non deciderai di darci un taglio con la tua patetica vita semi-sintetica del cazzo e tornerai ad essere il comune mortale che mi ero abituata a sopportare.
E tanto per la cronaca, giusto per evitare che la butti sul ridere come al solito, non scherzo neanche un po’.
Sai, non mi interessa sapere dove sei, cosa fai, né tantomeno con chi sei. Non mi importa di te che viaggi dentro un proiettile di alluminio ultralusso a mille mila chilometri all’ora.
Non me ne frega niente dei tuoi stupidi video simpatici in posti esotici pieni di presenze sospette, non mi va più di ascoltare i tuoi monologhi alle sei di mattina strafatto, con il tuo ologramma steso di fianco a me che vibra e russa e si illumina chissà dove. Pensi sia una stupida come le altre?
Lo so bene dove sta il limite di tutta questa faccenda tra me e te. Niente di tutto questo è reale per davvero, o definitivo o semplicemente degno di essere considerato autentico.
Sai come dice quella canzone, no?
È tutto un gioco a perdere, fine a sé stesso, bello solo per ammazzare il tempo, che finisce sempre uguale.
Stamattina presto, prima di partire per l’ospedale, sono stata lì, di fianco a te per un po’. Sentivo che non ci saremmo più rivisti, e ho sentito il bisogno di un qualcosa in più della tua semplice immagine proiettata da qualche parte.
L’odore umido delle coperte in cui te ne stavi appallottolato, i respiri lunghi, regolari, i capelli arruffati sopra al cuscino.
La luce grigia di fuori filtrava appena e io mi sentivo svuotata, barricata dietro una gelosia infantile e rassegnata.
Non sono il tipo di persona che fa a gara, lo sai, inseguire le cose, affannarglisi dietro, non fa per me.
Forse è per questo che sono sempre stata brava a capire quando vale la pena aspettare, e quando no.
Qualche ora fa stavo in sala riunioni, stravaccata su una sedia che mi cullava lievemente in giro per la stanza tutta vetrate, a bere un caffè offerto bollente, squisito.
Guardavo la pioggia frustare i palazzi stagliati sul deserto scuro e umido perso in lontananza e ad un tratto, ho realizzato che stiamo diventando sempre più inutili. Io e te, gli altri, il mondo. Serendipità esistenziale alla rovescia.
Pensaci un attimo ok?
Me ne sto aggrappata alla pensione di mia madre che ha novant’anni, e va a ballare e scopa come ne avesse quaranta e io sto qui, inchiodata sulla soglia dei cinquanta, a scervellarmi per tenere in piedi relazioni che vacillano ogni volta che ci rivediamo, con due lauree in mano e la stessa indipendenza economica di una diciottenne.
Scarpino su e giù per un mostro a otto piani che fa tutto da solo quattro ore al giorno, tre giorni a settimana, sei mesi l’anno. Siamo in venti persone contate, passiamo il tempo a spettegolare in remoto, a lamentarci del tempo e della noia, a riverire l’ultima scoperta scientifica manco fosse l’immacolata concezione. Parliamo a monitor fatti apposta per darci un qualche vago senso di controllo e convincerci a stare sereni, ad aver fede in macchine senzienti onniscienti.
Questo ottimismo progressista a tutti i costi mi sta asfissiando.
L’entusiasmo che provo nello scarrozzare questi vegliardi siliconici dentro stanze piene di sensori che li traghettano verso l’amoralità, è paragonabile a quello di una cazzo di mascotte tutta pelo impegnata a farsi prende per il culo part-time in un luna-park ad Agosto.
Oggi è il decimo anniversario dell’Automazione Mondiale del Lavoro. La tua ricorrenza preferita.
La più grande messinscena del ventiduesimo secolo. Io l’avevo capito che stavamo salpando verso una deriva esistenziale che ora borbotta come un qualche presagio primordiale, di quelli che puoi percepire nell’abbaiare dei cani isterici, negli uccelli che scappano via a stormi compatti sopra gli alberi, oltre il grande sipario di un reale preconfezionato.
Insomma, Jhon, come fai a non esserti ancora reso conto che il mondo scricchiola sotto il peso della nostra inutilità?
E dire che l’illusa una volta ero io.
Sai com’è, me l’immaginavo un tantino diversa la cosa, ai tempi. Gente che viene, gente che và, qualche matrimonio, una casa mia, soldi miei, guadagnati intendo, uno scopo per cui alzarmi dal letto la mattina, vita che scorre, roba così. Invece è tutto insopportabilmente statico, e patinato e arido.
Come se la bagnarola dell’esistenza avesse fatto tappa sulla riva pietrosa e soleggiata del fiume del tempo per una pennichella ad oltranza.
E dicono che dovremmo ritenerci fortunati, è quello il bello.
Ti vogliono geloso del tuo status quo di intellettualoide aspirante amortale con le pezze al culo, cittadino occidentale di serie B, il cuscinetto sgualcito che sta fra il culone idrofobo dei ricchi e l’arrivismo assetato dei poveri.
Ieri sera, prima che staccassi dal turno, mentre tu te ne stavi a casa, una donna è morta. Proprio così.
Morta. Andata.
Erano anni che non succedeva.
Non hanno nemmeno detto se è stato un errore delle macchine o cosa, anzi, non hanno detto propri niente a nessuno, come se dovesse rimanere un segreto. E allora ho capito.
E’ stata questa sensazione di caducità trascendente, una cosa che pensavo di aver rimosso, ad avermi come svegliato.
Ora sto qui a scrivere con calma, e credimi, posso percepire distintamente un senso di attesa confortante, istintivo e inesorabile, come se la consapevolezza interiore di una fine mettesse nella giusta prospettiva tutta la mia vita.
Forse, in fondo, la soluzione è proprio questa, dare un taglio alle cose. L’arte dimenticata del saper dire basta al momento giusto. Mettere la parola fine anche se qualcosa di ingenuo e utopico in noi tende verso l’infinito ed il perpetuo.
Lo sai, ti conosco da troppo e troppo bene per poterti amare senza riserve. Ma forse è proprio questo nostro essere così acuti e sagaci nello sminuzzare le nostre emozioni fino a banalizzarle che mi è sempre piaciuto.
Quel prendersi sempre così poco sul serio che ora mi spinge a dirti che dobbiamo rassegnarci a farla finita, perché stiamo davvero rischiando di passare per due patetici romantici rincoglioniti che si arrampicano sugli specchi.
Tanto nessuno dei due c’ha mai creduto in questa eternità che non porta da nessuna parte se non al binario morto dei sentimenti. Anche se a dire il vero e solo ogni tanto, ripenso a quando ce ne stavamo rintanati sulle colline dietro casa, a fumare erba e cantare quel motivetto. Te lo ricordi?
E cambierò tutto, fuorché il mio nome
rifarò tutto da capo
e tornerò
ma non per l’ultima volta.
A volte vorrei tanto poter mentire, fare finta di niente con me stessa e sentirmi di nuovo così, sai, fatta e felice e innamorata persa, con tutto da guadagnare e niente da perdere.
Che pensiero stupido, eh?
In fondo la vita, quella vera, arriva, passa e finisce.
L’unica cosa da fare è sforzarsi di prendere con sé solo il meglio di quello che ci siamo lasciati, smarrirsi nell’illusione sbiadita di fantasie solo nostre, mentre la lontananza si porta via i ricordi come l’onda la spuma, dimenticarsi di tutto, fuorché del presente e sopravvivere come il marinaio in alto mare.
Almeno finché il grande dubbio non farà capolino oltre l’orizzonte, ad oscurare il sole e l’amore e la vita.
Che ne se sarà di noi?
A presto Jhon.
Per sempre amica, tua Elizabeth.
Illustrazione di Roberta Antonelli, testo di Marco Brion
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