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Chiaroscuro

Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica settimanale di narrativa sci-fi. Racconti sul futuro dell’uomo, della Terra e dell’universo — tra nuovi approcci alla realtà e evoluzioni distopiche del nostro presente. Ogni giovedì una nuova puntata: se hai un’idea da proporre o un racconto da pubblicare, scrivici a itmotherboard@vice.com.

Dicevano sempre di pensare al pane. Lo dicevano prima, però. Prima che Chiaroscuro sfiorasse la terra e portasse la notte.

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Quando le cose funzionavano ancora, era quella la mia preoccupazione più grande: il pane. Sarà perché come professione avevo scelto quella dello scrittore, un lavoro non proprio sicuro, non per forza remunerativo. Dicevano sempre di pensare prima di tutto a guadagnare bene, che solo quello contava.

Il passaggio di Chiaroscuro era stato annunciato come un evento mai accaduto nella lunga storia del nostro pianeta. E le pay-tv, forse ossessionate dalla ricerca di quello stesso pane che io andavo cercando, si fecero la guerra mesi e mesi prima per seguire la diretta; centinaia di satelliti pronti per la testimonianza di un simile evento, tanti nasi all’insù ma anche tanti monitor accesi su un qualsiasi canale, perché non c’era una sola emittente che avesse deciso di trasmettere altro.

Sembra che il nome, Chiaroscuro, fosse stato assegnato dagli astronomi americani al meteorite per via del fatto che, osservandolo con un potentissimo cannocchiale, si potessero distinguere giochi di luci e ombre incredibilmente simili a quelli ricercati dai pittori e scultori che utilizzavano l’omonimo effetto artistico.

Alla dura realtà dei fatti non è mai mancato il sarcasmo. Il meteorite Chiaroscuro ha sancito, nella storia dell’uomo, il passaggio dalla fase del chiarore a quella dell’oscurità. Ironico, anzi sarcastico, che gli sia stato assegnato un nome simile quando ancora niente di tutto quello che sarebbe successo era neppure lontanamente pronosticabile. Ricordo come fosse ieri la notte in cui il meteorite sfiorò le nostre teste.

Dicevano che non ci sarebbe stato niente da temere, che sarebbe stato uno spettacolo mai visto prima, che la probabilità d’impatto era pari allo zero assoluto. Avevano ragione su tutto. L’umanità attendeva con il naso all’insù il passaggio di Chiaroscuro ed io, da buon animale mondano quale sono sempre stato, attendevo quell’epico momento su una grande terrazza, insieme ad una cinquantina di amici ed un centinaio di bottiglie pronte per essere stappate.

I tablet, sfruttando le connessioni wifi, erano connessi ai principali notiziari, impegnati nel conto alla rovescia all’arrivo di Chiaroscuro, gli smartphone erano indirizzati verso il cielo, pronti a riprendere quello che comunque tutto il mondo avrebbe ripreso e gli occhi delle persone erano rivolti agli schermi dei telefoni che avrebbero ripreso l’evento. Il panorama da quella terrazza, si presentava ai miei occhi, e al mio smartphone ovviamente, in tutta la sua maestosità.

I grattacieli di fronte a noi erano interamente illuminati, ogni finestra di ogni casa e ufficio risplendeva nel chiarore delle sue luci ed al suo interno le persone, come fossero organizzate in formicai, distribuite in alveari, alzavano i loro dispositivi al cielo e si preparavano a brindare. Nell’immensità del cielo che volgeva all’imbrunire, accompagnato da un boato di stupore, si iniziò a intravedere Chiaroscuro.

Era ancora piccolo, ancora lontano, ma le televisioni dissero che l’avremmo visto molto meglio di così, che avremmo distinto perfettamente i suoi bassorilievi. Le televisioni avevano ragione su tutto, ancora una volta.

Credo, anzi sono assolutamente certo che, quando Chiaroscuro fu nel momento di maggiore vicinanza alla terra, le persone abbassarono i loro dispositivi. Tutti lo fecero, senza dubbio.

Inizialmente fu per via dell’incredibile bellezza di quell’asteroide che, visto da vicino, quasi sembrava un essere vivente, quasi pareva respirare. Poi, tutti noi della terrazza, voltammo i nostri sguardi, senza più il filtro dei dispositivi elettronici, verso il grattacielo alla nostra sinistra che, d’improvviso, vide scomparire tutte le sue luci. Gli uomini formica disposti in alveari al suo interno vennero improvvisamente avvolti dall’oscurità di un black-out che colpì immediatamente anche il grattacielo alla sua destra, poi i due palazzi subito dietro, tutte le case più basse in lontananza einfine anche noi.

Vi fu un momento in cui l’unica luce a brillare su di noi, era quella di Chiaroscuro, il meteorite che, avendo già toccato il suo apice di vicinanza al pianeta iniziò crudelmente ad allontanarsi. Quando la luce del meteorite si fece più fioca, tutti voltammo nuovamente lo sguardo ai nostri smartphone, divenuti improvvisamente l’unica nostra possibile fonte di chiarore. Nel momento in cui io realizzai che il mio dispositivo si era misteriosamente spento e rifiutava di riaccendersi anche tutti gli altri, dalle persone che stavano sulla mia terrazza agli altri che popolavano i grattacieli circostanti, a giudicare dal boato che fecero sembrarono rendersene improvvisamente conto.

Non so per quale motivo, sfruttai gli ultimi istanti della luce emanata dal meteorite in lontananza per lanciare un’occhiata al quadrante dell’orologio da polso che mio padre mi regalò quando divenni maggiorenne. Le sue lancette, fino a poco prima perfettamente funzionanti, non si muovevano più. Il buio, quello vero, ci avvolse nella sua totalità ed io, grazie alle immobili lancette del mio orologio da polso, intuii che non si sarebbe trattato di un semplice black out.

Nei giorni seguenti le mie intuizioni si rivelarono esatte. Niente che avesse anche solo un meccanismo basato su una tecnologia di base, riprese a funzionare. Si spensero le luci nei palazzi, i monitor nelle case e i semafori per le strade ma si fermarono anche i motori delle automobili, dalle radio non uscivano più suoni e nelle stazioni dei treni, tra i binari, riprese timidamente a crescere l’erba. Ancora oggi non siamo in grado di dire se tutto questo sia successo a tutto il mondo o solamente alla nostra città perché senza dispositivi elettronici e senza neanche più uno straccio di servizio postale, non è possibile sapere cosa stia accadendo nel resto del mondo. Ci dividemmo in gruppi e alcuni di noi partirono, a piedi ovviamente, verso le città vicine

per scoprire cosa stava succedendo, se non nel resto del pianeta, quantomeno nel resto della nostra regione. Per adesso nessuno è più tornato indietro e penso che, se il resto del mondo fosse ancora tecnologicamente funzionante, avremmo visto, almeno una volta, qualche aereo passare sopra le nostre teste. Congetture, solo questo ci rimane. Molti lavori divennero obsoleti.

Chi prima si occupava di marketing, per esempio, venne regredito ai livelli più bassi della nuova società, o comunità che dir si voglia. Chi non aveva capacità specificamente pratiche veniva tendenzialmente assegnato a zappare i terreni e non sempre risultava all’altezza del compito.

Molto utili divennero le figure di fornai e allevatori anche se fu evidente fin da subito che, senza comunicazioni e trasporti, avremmo dovuto capire, prima o poi, come procurarci nuove materie prime. Dopo le prime paure, temendo che l’incapacità della nostra generazione a vivere senza strumenti digitali e altre tecnologie potesse portare alla già preannunciata apocalisse, la nostra comunità sembra essersi riorganizzata al suo meglio. C’è persino chi, dopo anni a lavorare nell’alta finanza, ha scoperto, dando una mano a lavorare il legno, di non avere più bisogno di antidepressivi. Chiaroscuro ha riportato il chiaro e lo scuro. Ci si sveglia con l’alba e ci si riaddormenta con il tramonto.

Dicevano sempre di pensare al pane ed oggi lo faccio per davvero. Avevo dimenticato cosa volesse dire scrivere a mano libera, dopo anni al computer non è stato facile abituarmi di nuovo.

Le persone di oggi, vedove dello streaming, delle serie televisive, delle grandi manifestazioni sportive, del cinema e dei notiziari hanno incredibilmente ripreso a leggere. Ho, da mesi, un accordo con il panettiere che prevede che io scriva un racconto al giorno direttamente sulla carta che avvolge quello stesso pane con cui vengo pagato attraverso un semplicissimo meccanismo di baratto. Chi legge le mie storie sfrutta gli ultimi raggi di sole prima che arrivi la notte e quando l’oscurità, quella vera, sopraggiunge, io guardo le stelle, che non avevo mai visto brillare così, pensando a chi si sta mettendo a dormire dopo aver letto il mio ultimo racconto. E lo faccio col mio pane tra le mani.

Illustrazione di Andrea Cancellieri

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