Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica settimanale di narrativa sci-fi. Racconti sul futuro dell’uomo, della Terra e dell’universo — tra nuovi approcci alla realtà e evoluzioni distopiche del nostro presente. Ogni giovedì una nuova puntata: se hai un’idea da proporre o un racconto da pubblicare, scrivici a itmotherboard@vice.com.
Saranno state circa le otto del mattino. A piazza San Pietro c’erano un paio di giornalisti di ronda e una ventina di turisti intenti a lamentarsi con le guardie svizzere; nessuno li aveva avvertiti del fatto che, da una settimana, il Vaticano intero fosse chiuso ai visitatori.
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Un paio di giornalisti e venti turisti, ecco tutto il pubblico presente alla fine del mondo.
Il Papa si era appena lanciato fuori da una delle porte della cattedrale, le volte che rieccheggiavano ancora con il suono dei suoi piedi vecchi e ruvidi. Li aveva trascinati nudi in una corsa a rotta di collo—per quanto possa correre a rotta di collo un uomo della sua età—, alzando la camicia da notte bianca e sudicia oltre le caviglie secche per non inciampare. I vescovi lo inseguivano portando vesti, coperte, persino tende strappate dalle pareti, “Copritelo! Per amore del cielo, copritelo!” gridavano quelli che abbandonavano la corsa e si accasciavano rantolando sul pavimento della basilica, le mani prima alzate come per accompagnare chi continuava a correre, poi giunte in preghiera, in un ultimo gesto disperato.
Il Papa aveva superato le guardie alle porte, aveva continuato a correre goffamente fino al centro della piazza e, sotto lo sguardo meravigliato dei venti turisti, delle guardie annoiate e dei due giornalisti, si era fermato. Gridava, farneticava, lo sguardo esaltato rivolto al cielo e alle fiacche nuvole che lo attraversavano, le mani artritiche ancora aggrappate al fondo della camicia da notte. Nel frattempo, i vescovi si erano accalcati alle porte di San Pietro, incastrati uno sull’altro ed esausti, incerti se proseguire o restare a contemplare l’impossibile dalle mura rassicuranti della chiesa. Era già troppo tardi? Sembravano chiedersi. Con un gesto sgraziato, il Papa si era spogliato della camicia da notte, confermando al suo seguito che sì, era già troppo tardi. Con il volto sempre fisso verso l’alto si era accasciato a terra, continuando a urlare, “Dio è femmina, Dio è femmina!”
Quel papa aveva già dato strani segnali, sindacavano alcuni, poco dopo l’evento. Con quei suoi discorsi confusi e stilnovisti sulle donne e quelle mezze aperture poi ritrattate nei confronti delle minoranze sessuali. Qualcuno dei vescovi più conservatori aveva storto il naso già allora, figurarsi qualche anno dopo, quando il papa aveva dimostrato interesse per le droghe leggere. Avevano messo tutto a tacere, cercando di impedire alla stampa di sapere che al papa piaceva farsi le canne. Non potevano troncare un altro mandato papale a metà, avrebbero fatto una figura miserabile e per la Chiesa sarebbe stata una sconfitta difficile da recuperare. Meglio aspettare, magari si trattava di una fase, una crisi adolescenziale tardiva. Un momento di nostalgia per la sua giovinezza mesoamericana perduta. Meglio tenere la situazione sotto controllo e pregare i santi. D’altro canto, un papa più progressista avrebbe dovuto salvare la Chiesa dalla crisi di fede che dilagava nel mondo moderno, avrebbe dovuto portarla nel nuovo millennio, renderla meno sfigata agli occhi delle nuove generazioni, un po’ come faceva il christian rock in America. I giovani erano un problema per la società tradizionale, non si volevano sposare, non volevano più fare figli e non compravano casa. Neanche le macchine compravano, questi maledetti millenials.
Un papa con una facciata più progressista era quello che serviva, avevano concordato i vescovi.
I venti turisti in fila a San Pietro non sapevano che la chiesa fosse chiusa al pubblico da una settimana. Si era trattato di una scelta estrema da parte del vescovato, che non aveva però potuto fare altrimenti, dopo che il papa, in preda ai suoi deliri e al vomito, si era quasi fatto beccare a spasso per la Cappella Sistina da un gregge di irlandesi devoti, completamente nudo. In un momento di lucidità successivo, aveva spiegato al camerlengo che stava inseguendo un serpente parlante e smeraldino. Il camerlengo, facendo freneticamente il gesto della croce come se stesse componendo un numero di emergenza, aveva gridato alla possessione demoniaca e allertato tutto il sacerdozio. Da quel momento, il papa aveva deciso di tenergli il broncio e di non raccontargli più niente. Sarebbe rimasto nelle sue stanze, lontano da quella gente bigotta e oscurantista.
Mentre guardavano il deretano del papa depositarsi come una prugna secca a terra, i vescovi erano rimasti impietriti. Era decisamente troppo tardi. La Chiesa aveva scommesso sul cavallo sbagliato, credendo che la salute mentale del papa si sarebbe ristabilita. Che poi non era questione di salute mentale: il papa si sentiva benissimo, non era mai stato così lucido in tutta la sua vita. Aveva capito. Capito tutto. Finalmente aveva chiaro nel cervello e nello spirito che l’uomo aveva costruito un mondo all’arrovescia e che l’universo intero era un unico e sublime organismo vivente riflesso in mille parti come un frattale cangiante. Tutti quei caleidoscopi.
Non si poteva dare la colpa al papa del collasso che la società moderna stava affrontando. Era la fine del mondo e le epifanie psichedeliche del papa ne erano molto più un sintomo che una causa. Le nuove generazioni si rifiutavano di seguire le regole; da quando gli scioperi organizzati dalle comunità LGBTQ avevano portato alla caduta dell’ennesimo governo, la classe politica verteva nel caos più totale e l’intelligenza artificiale—la stessa che avrebbe dovuto garantire la supremazia bellica alla nuova Europa—era arrivata e se ne era andata, lasciando l’umanità a risolvere i propri conflitti internazionali e la propria angoscia esistenziale da sola.
Grazie ai due giornalisti presenti quella mattina a San Pietro, le parole del papa avevano fatto il giro del mondo, reale e virtuale, provocando le reazioni più disparate. A detta di alcuni accademici, il mondo stava assistendo al crollo di una delle massime istituzioni della cultura patriarcale, minata nelle sue fondamenta da una società sempre più distante da norme di genere binarie. I fattoni di tutto il mondo sorridevano languidamente davanti allo schermo su cui leggevano la notizia, incerti se il fatto di poter chiamare il papa uno di loro fosse un bene o un male. Tutto sommato, forse, la cosa li divertiva e basta. Per la maggior parte delle persone—quelle annoiate dai discorsi criptici e infastidite dai drogati—, invece, la questione aveva solo molto poco senso e il succo era che il papa era semplicemente uscito di senno.
Le conseguenze, però, cominciarono a sfuggire sempre di più al controllo della Chiesa, così come di tutti quei politici che non erano più in grado di appellarsi al proprio retaggio religioso per difendere certe posizioni d’obiezione in questioni come i contraccettivi, l’aborto, i diritti delle donne e delle coppie dello stesso sesso. Tutta l’autorità della Chiesa Cattolica era andata ironicamente a farsi benedire, da quando il papa aveva urlato a pieni polmoni la propria fedeltà a una dea anziché a un dio.
Era la fine del mondo, o almeno di un mondo.
“Madre,” aveva biascicato il papa tra le lacrime dell’estasi, mentre l’ambulanza lo portava via da piazza San Pietro.
Illustrazione di Gianvito Cofano
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