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Questi simboli non esistono

Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica di fantascienza.

Questi simboli non esistono, la storia che li ha inventati non esiste.

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I primi quattrocentomila anni di evoluzione umana non avevano prodotto nulla di significativo per lo spazio che circondava i loro cambiamenti. Non è piacevole indagare un passato così indirettamente legato allo spazio e la stessa idea di passato non ha alcun significato, è un’idea incoerente e incomprensibile, qualcosa di disgustoso, orribile e privo di qualunque nobiltà.

Ci è stato affidato il compito di lasciare questo messaggio nel caso il cerchio sia mai costretto ad aprirsi e vorremmo tanto che qualcuno pronunciasse il Mio nome per farmi scomparire; che io non debba macchiare ciò che Siamo di questa vergogna. L’umanità, così come la potrebbe intendere chi è in grado di capire questi simboli, non esiste. Il nulla che ha significato non esiste e, a livello evolutivo, c’è tanto in comune tra ciò che Siamo e ciò che siete quanto tra ciò che siete e un amminoacido. Tutto ciò che esiste di quel che siete stati e che sarete è un frammento di quello che potreste chiamare ricordo e che noi, se dovessimo scegliere tra una delle parole che conosciamo, chiameremmo Diavolo.

Ha lo stesso interesse archeologico di una fossa comune priva di ossa o di un errore in una sequenza di numeri scelti casualmente. È l’unico ricordo che ci è rimasto, l’unico che per qualche ragione avete inserito nel ciclo e l’unico che non lo rispetta in alcun modo.

Sono quattro mura piene di utensili per trattare materiale organico. Uno di quegli utensili serve per estrarre una miscela di grano e amido, ma in quella particolare circostanza nessuno conosce l’esatta posizione di questo cucchiaio. Noi sappiamo dov’è e non ha alcuna importanza. Sono prima nervoso, poi rabbia, poi amore e alla fine, paura. Quel ricordo è l’unica cosa che non abbiamo mai desiderato comprendere e che non siamo in grado di dimenticare, il che confonde tutto il resto, tutto ciò che Siamo.

La temperatura nello spazio circoscritto da quelle quattro è di ventisette e non ha alcuna rilevanza, ma abbiamo rischiato di dimenticare coscienze molto ingombranti per capire il simbolo 27, insensato come qualsiasi altra misura o ricorrenza ciclica.

Tutto il lavoro di intuizione di quelle idee, di quel ricordo trovato sommerso sotto ciò che ci lega, è finalizzato a questo, a creare un ciclo che riesca a dimenticarlo. Non ci aspettiamo comprensione e sarebbe come spiegare la fine dell’Universo a chi misura la distanza tra una stella e l’altra. Lo scambio successivo accade adesso.

Lo chiamavano parlare. E di cosa si tratta? È come pensare, ma con suoni, rumori, fruscii e rintocchi uniti a formare idee.

Una civiltà basata sui suoni. E come potevano intuire? Presta attenzione a quest’immagine: mente e corpo. Immagina di scindere Noi stessi in due. Non hanno mai compreso la loro coscienza, non hanno mai intuito ciò che li legava. Alcuni si sono avvicinati, molti erano ad un passo senza saperlo.

Una coscienza collettiva?

No, solo coincidenze, due gocce d’acqua che prendono fuoco e non riescono a illuminare nulla, troppo prese a bruciare per accorgersi. Talvolta seguivano scopi mirabili: il piacere, l’amore.

Idee obsolete.

La soluzione era a portata di gemito, erano in grado di ricostruirsi in un momento, in un lamento innamorato eppure così pochi hanno visto oltre quegli occhi. Sensi. Riesci a percepire questa idea? Primitiva certo.

Paura, se qualc(uno) fosse passato di lì–spero sia ormai chiaro che ovviamente l’idea di spazio fu dimenticata ancor prima di quella di guerra–l’avrebbero dimenticato come si dimenticano i sogni, sia per la paura che stava provando sia per la causa del sentire.

Incomprensibile per Noi, impossibile da intuire, migliaia di rumori. Erano fatti di sensi finché riuscivano a controllari. Scindi te stesso in due: corpo e mente. Uniti solo in pochi attimi, passione–dimenticata–come comprendere se stessi al di fuori di sé, nella Coscienza, negli occhi. Era sé stesso solo nelle iridi di Lei–sue, dimenticata–eppure non intuivano la portata di questo desiderio. Erano creature primitive, capaci di molto se rapportate alla scarsità di ispirazione. Respirare–dimenticata–gesto involontario della mente riflesso sul corpo. Eppure quello lo chiamavano istinto?

Incapaci di intuire. Orgasmo–dimenticata–l’apice dell’umanità, il momento in cui sono arrivati più vicini al comprendere Tutto, Noi. Assimila quest’idea, primitiva.

Pianse, morendo. Non sa, o non capisce, che il buio è soltanto qua fuori.

Gemette venendo al mondo, nove mesi gli ci vollero per comprendere quell’idea, morì e divenne umano in un orgasmo.

Ci è stato affidato il compito di lasciare questo messaggio se mai la coscienza umana uscisse dal ciclo affinché qualcuno abbia una bussola per la giusta direzione e da quel preciso momento ho paura di scomparire. Da quel preciso momento. Da quel preciso momento.

Ci ho condannati.

Illustrazione di Tommaso Pandolfi

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