In ogni Paese in cui sono stanziati, gli zingari si ritrovano sempre a raschiare il fondo del barile, ma in Kosovo il barile era già stato raschiato in abbondanza. Verso la fine degli anni Novanta, quando serbi e albanesi si lamentavano con la comunità internazionale riguardo la pulizia etnica in atto nei loro confronti, entrambe le parti cercavano di cacciare dalla zona la popolazione zingara locale. E lo facevano con tattiche ormai consolidate, quali bruciare case e assassinare i membri più anziani delle famiglie. Mentre la guerra dilagava e le atrocità contro gli zingari si intensificavano, l’ONU è intervenuta agendo nell’unica maniera possibile: con la costruzione di un rifugio su un vecchio campo di rifiuti industriali. Il problema è che i rifugiati sono stati lasciati lì fino a quando tutti i bambini della comunità si sono beccati un avvelenamento da piombo.
In questa tappa del nostro viaggio abbiamo incontrato Paul Polansky, attivista americano per la tutela dei diritti degli zingari. Paul è arrivato in Kosovo con le Nazioni Unite con il ruolo di salvaguardare i campi profughi, ma ha presto cambiato schieramento quando si è reso conto che le negligenze dell’ONU stavano facendo un favore ad albanesi e serbi. Ovvero, stavano distruggendo la popolazione zingara.
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