Tecnología

La Turchia approva la legge-sequestro sulla cronologia web dei cittadini

Turchi americani manifestano in solidarietà con le proteste di Gezi Park nel 2013. Immagine: cool revolution/Flickr

Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan ha raggiunto un nuovo obiettivo del suo piano di lunga data per spazzare via il dissenso. È successo il 6 febbraio, quando il Parlamento ha approvato la cosiddetta “legge internet,” spingendo con una gomitata la democrazia turca lungo il percorso verso uno stato di polizia.

La nuova legge, approvata in una legislatura dominata dal partito islamico moderato AKP di Erdoğan, consentirà all’autorità sulle telecomunicazioni di nomina governativa di bloccare qualsiasi URL senza attendere una sentenza del tribunale, nel caso decida che detto sito abbia violato la privacy di qualcuno.

Videos by VICE

In modo paradossale, la stessa legge avrà anche l’effetto di lacerare la privacy che pretende di tenere al sicuro, dal momento che costringerà i fornitori di servizi internet a registrare e memorizzare i dati della cronologia di navigazione degli utenti turchi per due anni, e di consegnarli alla autorità su richiesta.

Erdoğan ha governato il paese per più di un decennio, ma, negli ultimi mesi, il suo rapporto con il web—e con la democrazia—è diventato sempre più teso. Nel maggio 2013, un piccolo sit-in contro lo smantellamento di un parco a Istanbul, scelto per la costruzione di un centro commerciale, è riuscito a utilizzare Facebook e Twitter per strutturarsi in una protesta nazionale contro il crescente autoritarismo del premier. In risposta, Erdoğan ha ordinato una repressione violenta e ha etichettato i social media in modo memorabile come “la peggiore minaccia per la società.”

Poi, lo scorso gennaio, la Turchia ha bandito la piattaforma di video sharing Vimeo, dove erano stati caricati la maggior parte dei filmati delle proteste della scorsa estate—compresi gli interventi aggressivi della polizia turca per reprimerle. (Un divieto simile era già stato esteso a YouTube tra il 2007 e il 2010, a quanto pare perché giravano video di “insulto all’identità turca,” cioè alcune clip montate da videomaker greci che si facevano beffe di Ataturk, il fondatore della moderna Turchia).

Il provvedimento approvato il 6 febbraio è solo l’ultimo capitolo della battaglia di Erdoğan contro gli utenti web insorti che hanno protestato a Istanbul lo scorso anno. Le autorità saranno in grado di accedere alla cronologia web e ai dati personali di ogni individuo scomodo, fatto che, in un paese che ha tenuto circa 40 giornalisti in carcere dal dicembre scorso e dove alcune persone sono state arrestate solo per aver inviato tweet con “informazioni fuorvianti e diffamatorie,” è innegabilmente una cattiva notizia.

Ma il punto non è solo questo. L’approvazione della legge è stata spinta in Parlamento proprio mentre il governo di Erdoğan è stato scosso da uno scandalo di corruzione colossale, che coinvolge quattro dei suoi ministri, alte cariche di partito e persino suo figlio Bilal. Alcuni leak con video compromettenti sono apparsi sul web, ed è probabile che ne verranno fuori molti altri.

Yaman Akdeniz, professore di diritto presso l’Università Bilgi di Istanbul, ha detto al Financial Times che la “privacy” che il partito di Erdoğan sta recintando con questa legge è probabilmente quella di altri membri del partito coinvolti nel complotto. Ecco il risultato di tutta questa storia: se i politici coinvolti nello scandalo fossero esposti sul web, il governo avrebbe l’autorità di bloccare immediatamente il sito che formula le accuse.

Thank for your puchase!
You have successfully purchased.