Questo post è stato creato in collaborazione con Lavazza. VICE e Prontissimo presentano “On-the-go”, un viaggio alla scoperta di realtà lavorative italiane fuori dal comune. Seguendo tre giovani racconteremo le loro giornate tipo, ognuno con propri orari, ritmi e priorità. Oggi è il turno di Fabrizio, Carlo e Pier, tre quarti del gruppo di attori e autori che formano La Buoncostume.
I cliché della professione del “creativo” li sappiamo ormai tutti: aperitivi a non finire, tendenza alla disorganizzazione totale, promesse di lavoro che svaniscono nel nulla, pagamenti che scarseggiano. Sono aspetti ricorrenti della mia vita, e di quella di un po’ tutti i venti-trentenni che lavorano con internet—e tra questi includiamo anche i ragazzi della Buoncostume.
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Fabrizio e Carlo sono due trentenni. Con quelli veri ci sto parlando faccia a faccia, mentre quelli finti sono i due protagonisti di Età dell’oro, il loro ultimo progetto video. Assieme a loro c’è Pier Mauro, anche lui vero e terzo membro del collettivo. Il quarto, Simone, è di stanza a Roma. Il primo episodio li presenta come due ragazzi in eterna ricerca del contatto, un po’ sbandati e brutalmente disorganizzati, sia nella loro vita affettiva che in quella lavorativa—elementi già presenti nella loro Klondike, una serie pensata come un formato verticale. Età dell’oro la prende come punto di partenza, e ci costruisce sopra una trama orizzontale.
“Età dell’oro,” mi spiegano, “ha dentro di sé questa componente un po’ isterica, goffa, scomposta, ha dentro le seicento cose che non vedevamo l’ora di dire.” Tra queste, c’è un’ironia tagliente su molti luoghi comuni, e quindi tristemente reali, del giovane contemporaneo.
La prima che salta all’occhio, guardando la serie, è la ricerca di un senso all’interno di un flusso giornaliero totalmente casuale—ma un po’ svogliata, flessibile, a metà tra voglia di lanciarsi e paura di tornare a casa a mani vuote. Invitati a una grigliata da Costantino della Gherardesca, impezzato al tavolino di un bar, Fabrizio immagina Carlo da solo, appoggiato a un albero, con una birra calda in mano: “Tutti lì per fare contatti, e il contatto non sei tu.”
“All’inizio, finita l’università, stavamo già scrivendo Camera Cafè, abbiamo assaggiato quella televisione anche ricca,” mi dice Carlo ricordando i loro inizi. “Questa cosa del contatto ha preso forma poi, dopo la crisi. In teoria all’inizio eri in un sistema. Ti sentivi protetto, non eri neanche laureato e stavi scrivendo e guadagnando dei soldi. Poi c’è stato uno stop clamoroso, e via di infiniti aperitivi.” Pier concorda, e aggiunge: “Il contatto diventa un gesto automatico. Inizi a mescolare le tue scelte di vita personali alla ricerca di lavoro.”
Certo, l’ironia non manca anche nell’analisi della loro strada finora: “Adesso che abbiamo fatto qualche passo siamo quasi diventati noi un contatto,” scherza Carlo. Ma è un’ironia, ancora, reale: “Diventare anche adulti in questo lavoro, parlo del nostro lavoro, vuol dire anche togliere questa connotazione negativa alla componente relazionale del lavoro,” dice Fabrizio. “Il nostro campo è collaborativo, e quindi è una favola quella del ‘ma io sono straordinario nello scrivere, è solo che sono sociopatico e quindi il mio talento rimane inespresso.’ Se sei sociopatico non stai facendo il lavoro giusto, perché il nostro lavoro è fatto di mettere a sistema persone.”
Le situazioni che vivono i Carlo e Fabrizio-personaggi sembrano assurde, ma chiunque abbia mai provato a farsi pagare per un’idea sa che hanno un fondo di realtà: inseguire un lavoro evanescente, vedere le proprie proposte stravolte senza poterci fare niente, perdere ore a cazzeggiare davanti a un caffè con la scusa di “una riunione per schiarirsi le idee.” La realtà dei ragazzi della Buoncostume è, fortunatamente, ormai un po’ diversa: “Qualche aperitivo come dovrebbe essere per fortuna ce lo facciamo,” dice Carlo.

Secondo Pier, “Il caffè diventa parte della tua stessa narrazione, parte la gara a chi ne ha presi di più.” Per Fabrizio, invece, “cerchi tantissimo qualsiasi interruzione in un flusso di lavoro senza soluzione di continuità. Il caffè, anche con il bollitore su in ufficio, è un momento che spezza. Ricordo brainstorming infiniti, ci incartavamo attorno a una cosa tutti in silenzio, e poi Simone si offriva di fare un caffè. Fra tutti i rituali di rottura, quello è il nostro.”
Durante le lavorazioni di Età dell’oro, le pause erano salvezza: “Abbiamo fatto tutto in quattro mesi, dalla scrittura alla distribuzione, 160 minuti,” dice Fabrizio: “Quasi non riusciamo a rivederla, oggi.” Pier si lancia anche nell’autocritica spiegandomi che, per i tempi che avevano, lui e gli altri si erano già resi conto che “il soggetto sarebbe stato scomposto, ma l’obiettivo finale era tirare fuori un’atmosfera—e devo dire che ce l’abbiamo fatta.”
Tanto che portarla a termine, dicono “è stato autoterapia. Ci serviva riflettere sul nostro mondo.” La puntata più significativa, in questo senso, è forse quella in cui i ragazzi viaggiano a Roma dal loro amico Marcello, interpretato da Luca dei The Pills, per cui dovrebbero scrivere il soggetto di un film da più di un anno: la progressione del progetto è analizzata in una serie di tagli temporali esilarante, ed è uno spauracchio dolceamaro per chiunque voglia mettersi a scrivere per lavoro.
Nelle loro cose c’è quindi un elemento didattico, un “non fate i nostri errori?” Per Pier, a volte sì e a volte no. “In quell’episodio c’è il tema ‘gente-che-cambia-la-tua-idea’, e sappiamo in prima persona che può essere qualcosa di fastidioso e doloroso. Allo stesso tempo, devi essere aperto a qualcosa del genere: si fa tutto insieme ad altri soggetti.” Fabrizio aggiunge, “Quella puntata racconta i problemi del sistema romano, ma effettivamente—come nell’episodio—a volte succede che il prodotto che ne risulta è un buon prodotto.”
Un altro punto che i ragazzi prendono in giro, nella serie, è la fuga: il classico “molliamo tutto e andiamo a curare un campo in Australia”, per intenderci. Nel quarto episodio, ambientato a Camogli, il luogo—legato comunque intrinsecamente a un’offerta di lavoro—è Tenerife, in Spagna. Ovviamente, Carlo e Fabrizio resteranno esattamente dov’erano all’inizio dell’episodio. Il Carlo vero invece dice: “Sai, non ho mai avuto voglia di mandare tutto all’aria e andarmene—ci avrei sempre messo un lavoro in mezzo. Una volta avevamo pensato di andare a girare dei documentari in Africa, saremmo stati quattro mesi là, ma in fondo era sempre lavoro.” Come i loro animali che parlano ma dal vivo, insomma.

A giocare un ruolo nella loro permanenza in Italia, dicono, è stata anche la città di Milano e la sua evoluzione post-Moratti. “ Klondike, uscito nell’era Pisapia, aveva uno spirito molto ottimista: era all’interno del sistema. Parlava di difetti, ma il mondo in cui si muovevano i personaggi era permeato da un amore per Milano. Età dell’oro è un attimino più dark, c’è meno glorificazione del tipo di lavoro e un ambiente più ostico rispetto a quello di cui parlavamo cinque anni fa.” Fabio, l’unico nato e cresciuto a Milano dei tre, conclude: “Una città invitante fa solo bene al nostro lavoro. Con il passare del tempo, un tot di addetti ai lavori si sono trasferiti da Roma a Milano—e piano piano si crea un sistema, e il sistema crea lavoro. Ora non ti sposti più a Roma. Stai anche a Roma, perché in teoria è lì che si fa il cinema. Ma Milano è una città che attira persone come noi, invece che respingerle.”
Finito di bere i nostri caffè, ci alziamo e proseguiamo la conversazione nel loro studio: è piccolo ma pieno di memorabilia delle loro serie, un luogo vissuto e accogliente. Gli chiedo se hanno mai fatto vita “da ufficio”, giacca e cravatta: l’unico con una vera esperienza simile è Fabrizio, che durante l’università ha fatto un part-time all’ufficio anagrafe di Milano. Pier, invece, ha lavorato per un anno al Post prima di rendersi conto che quel lavoro non faceva per lui. Le loro giornate, oggi, sono quindi molto più fluide: ma all’interno del flusso stanno cominciando a trovare un loro personale ordine.
“Ci stiamo dando un sistema, un calendario, mi spiega Carlo, “Ruoli magari non ne abbiamo, ma dopo anni sappiamo chi è più portato a fare cosa.” Sulla loro lavagna ci sono idee scarabocchiate, e al muro ci sono dei fogli con dei brevi soggetti per sketch. “Dalla disorganizzazione ci siamo passati, ora siamo sempre più adulti,” dice Fabrizio. “Abbiamo perso una quantità di soldi, tempo, opportunità, energie a causa della nostra disorganizzazione che alla fine tenti di darti una struttura. Ma è tutto giorno dopo giorno, non siamo certo un’azienda!”
Carlo, sorridendo, scuote la testa: “Guarda, in realtà ormai stiamo lavorando su più progetti contemporaneamente che quasi mi sento come la Pixar.”
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