Questo post è stato creato in collaborazione con Lavazza. VICE e Prontissimo presentano “On-the-go”, un viaggio alla scoperta di realtà lavorative italiane fuori dal comune. Seguendo tre giovani racconteremo le loro giornate tipo, ognuno con propri orari, ritmi e priorità. Oggi parliamo con Olì Bonzanigo, artista e responsabile delle relazioni tra artigiani e creativi presso la Fonderia Artistica Battaglia, centenaria istituzione milanese.
Nel corso del nostro incontro, ho pensato più volte di chiedere a Olì Bonzanigo quanti anni ha, e me ne sono invariabilmente vergognata. C’è modo di non risultare sorda, stolida, nel chiedere quanti anni ha a una persona che ha fatto di un tempo fluido il senso della sua ricerca? Che ha lasciato un’anguria in balia degli insetti per un po’ perché venisse svuotata in modo organico?
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Il tempo, in effetti, e il ritmo, sono stati i punti focali del nostro incontro. Prima di salutarci ho dovuto chiederle di “raccontarmi il tuo percorso in modo banale,” perché se con lei condivido una certa impermeabilità alla semi-linearità, lo scritto implica anche una forma di schiavitù alla cronologia. Una dittatura della materia.
“Sì, la dittatura della materia,” risponde quando le chiedo come ha imparato a pazientare, al momento di confrontarsi con il lavoro in Fonderia e i tempi della lavorazione del bronzo. “Qualunque materiale usi ha le sue regole e i suoi tempi. Con il legno devi seguire le venature, poi trovi il nodo e si spacca tutto; la creta invece più asciuga e più puoi lisciarla, per arrivare a una superficie così [indica una delle sue opere, sparse per casa] devi avere una pazienza incredibile—ma non devi aspettare troppo perché quando si secca non riesci più a modificarla; la cera quando fa troppo caldo è appiccicosa e quando fa troppo freddo si spacca; il marmo non ho avuto il coraggio ancora di approcciarlo perché sono troppo impaziente; il bronzo è imprevedibile, solo cuocere lo stampo prende dieci-12 giorni ma poi se sbagli quantità di acido [per tingere la superficie] cambia tutto. Ma a me piace anche l’imprevisto della materia.”
Del bronzo abbiamo modo di discutere quel pomeriggio, quando raggiungiamo Olì alla Fonderia Artistica Battaglia, istituzione dell’artigianato artistico milanese, sopravvissuta a 100 anni di storia, al razionamento della Seconda guerra mondiale—quando di giorno doveva produrre proiettili e di notte continuava con le statue, parte delle quali sono oggi al Cimitero monumentale, cui era connessa con un tratto di ferrovia—e all’avvicendarsi delle correnti artistiche.
Qui Olì ha cominciato una volta diplomatasi in un’Accademia d’arte londinese. “Direi che la mia vita si può immaginare in cicli di quattro anni: a 18 anni sono andata a Londra, dove ho fatto tre anni di accademia e poi uno in uno studio di Hackney che condividevo con altri artisti. Mai avrei pensato di tornare a Milano, ma quando mi hanno offerto questo lavoro in fonderia, che era per me un sogno, sono cominciati i quattro anni tra Milano e Marrakech. Ora sto entrando nella fase Mediterraneo.” E questa era, ovviamente, la risposta semi-lineare che ho chiesto.
Sono ormai le cinque, e quando la scoviamo alla Fonderia Olì ha già bevuto otto tazze di caffè, per scandire una consuetudine al lavoro diurno che è solo la prima parte della sua giornata. Mentre ci fa fare un tour della Fonderia, dal capannone della lavorazione, ai forni, allo spazio dove sono conservati gli acidi per la colorazione, gli ultimi ritardatari si stanno rimpallando saluti. Il tempo della fonderia è quello del lavoro artigianale, otto-17, ed è questo che Olì vive nella sua veste di responsabile delle relazioni tra artigiani e artisti: cerca di colmare il gap tra il lavoro millenario, lento, fisico dell’artigiano e le esigenze di rottura degli artisti. Lei per prima.

“A me interessa principalmente il comportamento della materia, il lavoro che sto facendo è più di errore e sperimentazione—più che il lavoro formale, che certo è una droga bellissima ma sterile. Per esempio, a un certo punto mi sono messa a lavorare con la metallurgia acustica, cercando di intrappolare delle frequenze in determinate forme e leghe: volevo creare un oggetto autonomo acusticamente, per farne un archivio incorporato nella fisica della materia. C’è voluto tanto, soprattutto a capire che le frequenze erano già nella materia, e andavano solo amplificate. La prima volta che con l’oscilloscopio ho visto delle frequenze mi sono quasi messa a piangere. Poi alcuni scienziati mi hanno detto che stavo sfidando il moto perpetuo, e mi hanno consigliato di lasciar perdere.”
Stare nel limbo tra il lavoro con la materia che svolge per sé, e quello di strategia culturale che svolge per la Fonderia, le ha permesso di rimanere al di fuori del mondo delle gallerie e del collezionismo, che non sente propri. “Mi piace considerare il mio un lavoro di manifattura culturale.” E in effetti, l’unica a usare le parole arte e artista nelle ore del nostro incontro sono stata io, mentre Olì diceva cultura e ricerca, traduzione del materiale e studio.
Quando ormai nella Fonderia rimaniamo solo noi, affrontiamo il traffico cittadino e ci dirigiamo nella grande casa-studio che abita nel centro della città. I posti che vive, la loro fisicità, tornano più volte nei racconti di Olì: c’è Marrakech dove se lasci le fondamenta a vista puoi non pagare le tasse, c’è la casa milanese piena di ricordi di viaggio e mobili ereditati, c’è la casa palermitana con le maioliche che scompaiono a ogni ristrutturazione. Palermo in cui passa sempre più tempo, con quella serie di andate e ritorno che costituiscono la rete del suo spostarsi verso un altro luogo, senza fratture nette con il precedente.
Si apre una volta a casa la seconda parte della giornata: quella di “processo, concentrazione, studio, ricerca” delle ore notturne. “La notte è il momento in cui penso—mentre la realizzazione tecnica dipende dai materiali su cui lavoro.” Scusa ma quand’è che dormi? “Mai. Pensa che ho fatto un anno a dormire quattro ore a notte, ho cercato di adattare l’organismo ad andare a letto alle quattro e svegliarmi alle otto perché mi avevano detto che sia Napoleone che Alessandro Magno che Marco Polo dormivano quattro ore a notte. Se lo facevano gli uomini più importanti del mondo, mi sono detta, ce la posso fare anche io. Non ero sanissima, alla fine.”
C’è un po’ di ritmo jazz nella costante non-stasi della vita di Olì, dal momento in cui tutte le mattine esce insieme alla coinquilina per prendere il caffè al bar alle pause comandate dal luogo. “Mi piace prendermi tanto tempo a colazione, quando posso. Ho parlato tanto con amici turchi della cultura del caffè rispetto alla cultura del tè, la continuità del tè e giocare a backgammon contro il bar veloce italiano che in un attimo ti illumina la giornata. Ma vivere le tradizioni è sempre bello, anche se poi quando sono in Marocco passo sei ore seduta a bere tutto questo zucchero, rischiando di svenire per l’adrenalina.”

Il tempo, nel racconto di Olì che intanto sorseggia la sua nona tazza di caffè con noi, è sempre uno spazio-tempo: tanto nella vita quanto nel lavoro. Se la fase mediterranea in cui sta entrando prende un po’ le fila da quella nordafricana, in cui si può vivere in modo più “organico”, per sempre rilassatissimi, lo spazio-tempo Milano è altrettanto necessario al suo lavoro.
“In Marocco non c’è tempo. La prima volta che sono andata a sud del paese, dove volevo lavorare il piombo, mi ha rapito un nomade— è successo un casino—e per prima cosa mi ha detto ‘se vuoi che siamo amici, togli l’orologio’. Ed è veramente così in Marocco: primo, non c’è orario; secondo, il domani è tutto il futuro; e tutto quello che viene dopo domani è insciallah. Palermo è simile. A Londra, al contrario, era da pazzi, se andavo via un weekend mi sentivo come se stessi perdendo la vita.” Milano invece rappresenta un po’ quell’esigenza di una deadline. “La scadenza è necessaria per organizzare le informazioni, mi piace. Anche se considero le mostre come morte del progetto—odio gli opening, sembra un funerale ogni volta, per cui sono contenta che almeno si brindi.”
La storia come relazione tra luoghi e tempi diversi è fondamentale al suo ultimo progetto, che si dipana tra Palermo, Cipro, Malta e un futuro viaggio su una petroliera da Gibilterra a Suez, come ci racconta mostrandoci la cantina-studio e presentandoci uno scheletro seduto in un angolo. “Sto facendo ricerca su come le risorse del Mediterraneo abbiano influenzato i movimenti umani, sullo spazio a metà tra le civiltà, il momento di scambio di materie prime, e come abbia poi influenzato l’evoluzione tecnica, culturale, la lingua, la curiosità di viaggio.” È un progetto più vasto, che coinvolge anche l’Università di Palermo e il CNR, oltre alla nascitura piattaforma Mediterradio. Anche se le radici affondano più lontano.
“Volevo portare alla Biennale di Marrakech un progetto basato sulla scoperta di un documento che accertava una tratta di marmo verde tra Irlanda e Marocco. Quindi sono andata nel Connemara, e ho trovato davvero questa cava di marmo aperta dal 1500. Poi ho perso il documento—mai più ritrovato. E senza documento i responsabili non supportavano più il progetto. È stato allora che mi sono resa conto dell’importanza della storia e delle informazioni che offre, e soprattutto che la storia è soggettiva, è di chi la scrive. Comunque sono ancora nel limbo, sto ancora cercando di connettere storia e presente.”

Spazio-tempo-relazioni: la triade oggetto della sua ricerca è anche il trigono sotto cui si muove nella vita—spazio e tempo sono a loro volta intrecciati con gli incontri, spesso fortuiti, che rendono vivo e importante il qui/ora: il professore di Palermo incontrato in occasione di un incidente in taxi, il rapimento berbero, il ragazzo che senza saperlo fornisce una chiave di lettura del tutto, prima ancora che cominciasse.
“Mi prenderete per matta, ma a 17-18 anni ho fatto un viaggio in Norvegia: dovevo fare un giro di un mese ma alla fine mi ero fermata su un’isola nel Circolo Polare Artico per due settimane perché avevo conosciuto questo figlio di pirati, metà egiziano metà norvegese. Lui mi ha spiegato la scienza del progetto. Il progetto ha un tempo, e riuscire a organizzare la vita a progetti ti dà sempre l’adrenalina della prima intuizione, l’adrenalina del processo e l’adrenalina della finalizzazione. Che è quando comincia il progetto successivo.”
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