Quando ero più giovane mia madre monitorava e registrava tutte le mie conversazioni telefoniche. Non sapevo lo facesse, quindi mi mettevo a blaterare di ragazzi, amicizia, e tragedie da scuole superiori senza sapere che le mie conversazioni private erano tutto fuorché, appunto, private. Non avevo idea che le mie parole potessero, e sarebbero state usate contro di me in un tribunale.
Un giorno ha origliato una chiamata in cui stavo comprando dell’erba. L’ha registrata. Dopo aver riascoltato il mio breve scambio di battute in cui mi organizzavo per andare a comprare una deca in un parco ha deciso che era suo dovere civico chiamare la polizia.
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Ai poliziotti non importava granché di me, la figlia scema che stava andando a comprare qualche grammo in un parco, ma erano interessati a chi quei grammi li vendeva—così hanno chiesto a mia madre di continuare ad ascoltare. È così che mia madre è diventata un’informatrice della polizia.
Mia madre ha cominciato a registrare tutte le mie conversazioni in cui parlavo di droga e a inoltrarle alla polizia. Parlavo di come recuperare dell’erba e di come assumere dei funghetti. Ho discusso i pro e i contro di fare pucciotto con un blunt nel PCP—per la cronaca, erano perlopiù contro. Mi lamentavo delle svariate bustine di cocaina che saltavano fuori durante le feste, e del fatto di non essere ancora pronta a provare quel livello di fattanza.
“Non avevo idea avrebbero pubblicato un articolo con scritto “grazie, genitore.” Grazie mille polizia.”
Mia madre ascoltava e riceveva informazioni. Dopodiché le mandava tutte alla polizia. La quantità di materiale che era stata capace di fornire alle autorità era così tanto da produrre degli arresti, e io non avevo la benché minima idea di tutto ciò. Gli amici hanno cominciato a evitarmi e a dirmi di non farmi vedere troppo in giro, ho cominciato a ricevere delle minacce. Cominciò a girare una voce secondo la quale mia madre era riuscita a incastrare un grosso spacciatore, e che questo stava cercando vendetta. Il trafficante aveva messo una taglia su mia madre.
Una taglia. Su mia madre!
L’idea che mia madre stesse mandando la sottoscritta e tutti i suoi amici nelle mani della polizia era così assurda che io non ci potevo credere. Mia madre, una vigilante della “War on Drugs”? Impossibile. Non poteva essere vero.
Invece, lo era. Uno spacciatore venne arrestato. I suoi amici spacciatori venivano a loro volta arrestati o interrogati. Un sacco di gente veniva coinvolta, e probabilmente era tutta colpa di mia madre. Per proprietà transitiva, era anche colpa mia. Le circostanze degli arresti coincidevano con gli eventi di cui discutevo al telefono con i miei amici. Parlavo casualmente di stronzate al telefono, e improvvisamente i miei amici venivano arrestati.
Non ho mai visto né sentito alcuna registrazione, ma mi è stato detto che era in possesso di ore di conversazione che parlavano del come e del dove comprare droga a Long Island. Ho chiesto a mia madre se fosse vero, ma ha sempre negato.
Abbiamo cominciato a ricevere chiamate piene di minacce. A tarda notte, squillava il telefono e una voce maschile bisbigliava “uccideremo te e tua figlia.” I miei genitori hanno cambiato numero di telefono di casa. Le chiamate continuava ad arrivare. Ho ricevuto strani messaggi per tutti i miei anni alle superiori. Ho cambiato amici e ho superato quella parte della mia vita, ma le minacce non si sono mai fermate.
Non sono mai stata particolarmente sicura di come si siano sviluppate le cose. Mia madre ha ora una settantina di anni ed è in pensione, sia dalla sua carriera da insegnante, sia da anti-droga amatoriale.
Questo weekend l’ho chiamata per cercare di scoprire la verità e ottenere un po’ di chiarezza. Questa è una trascrizione parziale della nostra conversazione:
Io: Devo chiederti una cosa. Potresti arrabbiarti o negarla o qualunque altra cosa, ma: Quando ero piccola registravi le mie telefonate in cui parlavo di droga e poi le giravi alla polizia?
Mamma: Sì! E vuoi sapere una cosa? Ti ho tenuta lontana dalle droghe e la polizia mi ha tradito. È finito su Newsday. Un articolo in cui si parlava della situazione e che si chiudeva con un “Grazie al genitore della nostra comunità che ci ha aiutato a spezzare questo circolo di commercio.” Grazie al GENITORE. Genitore? Non ci potevo credere.
Io: Era proprio su un giornale?
Mamma: Sì, su Newsday. Aspetta, come lo sai? Te lo avrei detto prima o poi, ma alla fine non l’ho fatto.
Io: Lo sapevo, più o meno. E la gente lo sapeva. I ragazzi lo sapevano. Me l’hanno detto. Non tutti i poliziotti sono buoni—alcuni lo sono, altri meno. Parlano, la gente parla, le voci girano. Non avevi paura?
Mamma: Non avevo idea avrebbero pubblicato un articolo del genere. Grazie mille, polizia.
Io: A parte la polizia, perché l’hai fatto? Era solo erba. Si parlava anche di altro, ma non ho mai assunto quella roba.
Mamma: Come potevo sapere che si trattava solo di erba? Gli spacciatori cominciano con quella e poi ti mollano altro.
Io: Gli spacciatori non mi inseguivano per darmi la droga. Ero io che volevo provarla, ero io a cercarli.
Mamma: Sono cresciuta in Jamaica, nel Queens, e vedo la droga girare. Vedevo gente strappare orecchini per saldare debiti. Tutto girava attorno alla droga.
Io: Ok, ma perché registrare le mie chiamate e girarle alla polizia?
Mamma: Se fossi stata una genitrice avresti fatto lo stesso.
Io: Sicuro non avrei chiamato la polizia.
Mamma: Bisogna fare qualunque cosa per proteggere i propri figli.
Io: Ok, ma lo rifaresti? Registrare le chiamate e andare dalla polizia?
Mamma: Sì, certo. Ma la prossima volta mi metterò occhiali da sole e parrucca.
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