Música

Un viaggio attraverso la notte con Venerus

Ti sei mai sdraiato a letto solo per pensare subito “Ah, fanculo, ma chi me lo fa fare? Io esco” e iniziare ad aggirarti per la tua città come un gatto, lasciandoti attirare dalle luci dei bar che stanno chiudendo e mandando messaggi che poi a mattina richiederanno spiegazioni? Se la risposta è sì, ho un disco da consigliarti: A che punto è la notte di Venerus, un EP uscito venerdì scorso per Asian Fake.

Le cinque tracce che lo compongono, infatti, si avviluppano lente lungo pali della luce spenti, muovendosi con uno strisciante ritmo che sta tra jazz, r&b e pop elettronico. La voce di Andrea Venerus, che è cresciuto a Milano ma si è formato tra Londra e Roma, è soffice, soulful e indolente, e parla di situazioni transitorie, tra l’introspezione e il vizio. A un certo punto, durante questo viaggio notturno, Venerus incontra il producer Mace che lo porta in discoteca, appoggiando le sue strofe malinconiche su un trascinante beat house (in “Sindrome”, di cui esce oggi il video che potete vedere qui sotto).

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Venerus farà il suo primo showcase dopo l’uscita di A che punto è la notte venerdì 23 novembre ad Asian Rave, la festa organizzata da Asian Fake, Linoleum e Noisey al Rocket di Milano. Segui l’evento su Facebook e mettiti in lista per l’ingresso ridotto.

Lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e farci raccontare la genesi di questo primo EP.

Noisey: Cenni storici: hai iniziato a produrre a Londra, poi ti sei trasferito a Roma, poi sei tornato a Milano.
Venerus: Mi sono trasferito a Londra per studiare musica, avevo un gruppo ma con il tempo mi sono accorto che le dinamiche della band non facevano per me e ho preferito lavorare in autonomia. Così ho scritto un disco in inglese, che ho registrato a Roma perché avevo conosciuto dei ragazzi che avevano uno studio. A quel punto ero già iscritto a un master in musicologia, avevo mille progetti, ma dopo quei dieci giorni passati in studio, circondato da musicisti dedicati al mio progetto, poi sai com’è Roma a inizio estate, bellissima… Insomma, mi sono detto “voglio fare questa roba qua”, ho mollato la carriera accademica e ho cercato casa a Roma.

E poi come hai sviluppato il progetto Venerus?
Quel disco in inglese alla fine non ha funzionato come credevo, quindi nel mio primo anno a Roma tutto è rimasto piuttosto immobile. Poi è successo che un giorno, per caso, ho scritto la prima canzone in italiano. Ero un po’ ubriaco a fare casino in giro, e ho mandato una nota vocale a un mio amico che faceva il producer in cui cantavo questa cosa in italiano, parlando di una storia con una ragazza. Il giorno dopo me l’ha mandata indietro con un beat minimale e la mia voce campionata, e mi sono detto “cavolo, mi piace questa cosa”. All’inizio avevo un po’ di dubbi, ma da lì in poi non ho mai più scritto in inglese.

Mi affascina sempre molto capire come avviene il passaggio dall’inglese all’italiano, di solito è un momento di epifania.
Be’, in realtà io ho sempre scritto in italiano, intendo proprio scrivere i miei pensieri su carta. Anzi, l’illuminazione è stata che mi stavo sforzando per cantare in inglese e non ne avevo bisogno. Sai, per me quella era la lingua della musica, perché non ho mai ascoltato molta musica italiana.

E che musica hai sempre ascoltato?
La fotta per la musica me l’ha passata mio padre. Considera che il mio primo ricordo è mio padre che mette i Buena Vista Social Club quando io ero in prima elementare. Sicuramente blues, jazz e rhythm ’n blues delle origini è tutta musica che ho ascoltato fin da bambino, poi da adolescente ci sono andato sotto con il rock e il grunge. Queste influenze le ho spremute per bene quando avevo la band. Poi hanno iniziato a interessarmi cose più morbide, mi ero stufato dell’intensità del rock. Il momento di passaggio, per me come per tanti altri credo, è stata la scoperta di Jeff Buckley. I miei riferimenti comunque continuano a essere tanto jazz, soul anni Sessanta, e ultimamente tanto rap, hip-hop e musica elettronica. Ma la mia passione non è mai stata per un unico genere musicale.

venerus a che punto è la notte cover artwork
La copertina di A che punto è la notte, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Il tuo suono è sempre descritto come “internazionale”, e non è una descrizione sbagliata (seppur tu abbia citato Paolo Conte in un’intervista, e la sua influenza si senta nell’EP). Ma hai paura che questa etichetta possa precluderti il famigerato “pubblico italiano” che vuole ascoltare “solo cose italiane”?
Sai, non ho mai pensato a una “tattica” nel mio modo di fare musica. Ho sempre pensato soltanto a fare le cose che piacevano a me. Prima di tutto, per questo motivo non ho la preoccupazione del pubblico, nel senso che sono molto più concentrato sul fare musica che piaccia a me e in cui mi riconosca. Preferisco avere un pubblico meno numeroso ma che si riconosce nel mio gusto, che fare compromessi per piacere a più gente. E poi l’altra cosa è che mi affascina la sfida di provare a essere internazionale per davvero, cioè mi chiedo se c’è la possibilità di portare all’estero musica italiana cantata in italiano. Credo che il periodo sia propizio.

L’EP è un disco notturno, anzi, sembra proprio la descrizione di una notte passata in giro. È stata una scelta ponderata o è venuto semplicemente fuori così?
Guarda, un po’ è il fatto che tutta questa musica è stata effettivamente prodotta di notte. Un po’ è anche che per me, per quello che ho vissuto nell’ultimo anno, sarebbe stato impossibile fare altrimenti. È stato un anno di transizione, non avevo un punto di partenza né un punto di arrivo, e si è creata come una sorta di atmosfera di sogno nella mia vita. Magari uscivo di casa e non ci tornavo per una settimana, si creavano sempre delle dinamiche un po’ “infinite”, in cui io mi sono gettato a capofitto. Era assolutamente evidente per me che il tema di quest’anno fosse il viaggio, l’uscire e non tornare, la notte che diventa giorno, un giorno che diventa tre giorni e poi quando finalmente vai a dormire te ne perdi uno e mezzo… Quindi non è stato concepito come un album, nel senso che i pezzi sono stati composti indipendentemente l’uno dall’altro, però comunque sono tutte canzoni pregne di cose notturne che succedono di notte.

Prima parlavi delle note audio sul cellulare, e c’è anche una canzone che si chiama “Note Audio” nel tuo EP, in cui c’è la tua voce di sottofondo, che sembra proprio registrata col cellulare, che, come dire…
… Canticchio. Io lo dico sempre: più che cantare, canticchio. Quella canzone è proprio nata così, non perché parli delle mie note audio o di come scrivo le canzoni, ma senza volerlo è diventata un po’ un riassunto di come faccio le cose. Ero lì che aspettavo Mace per andare in studio e lui era in ritardo, così mi sono seduto al parchetto e ho canticchiato questa cosa nel telefono. Spesso le cose mi vengono fuori così.

A proposito di Mace, “Sindrome”, prodotta da lui, è la canzone più strana dell’EP. Come ti è venuta questa voglia di inserire la house nel tuo stile? È un esperimento isolato o una direzione che ti piacerebbe intraprendere?
Tanto per cominciare io sono proprio contro i generi musicali. È proprio il mio credo. Penso che chi fa la musica dovrebbe quasi bandire questo modo di pensare. Con “Sindrome” è successo che io stavo facendo una demo che era già abbastanza a cassa dritta. Poi ho beccato Mace e abbiamo deciso di provare a fare qualcosa insieme: lui aveva l’idea di farmi fare qualcosa che uscisse un po’ dallo stile “ballad” del mio repertorio, così gli ho fatto sentire quella demo, a lui è piaciuta e abbiamo iniziato a lavorarci. Sinceramente, in questo ultimo periodo ascolto prevalentemente house, roba 120 bpm a cassa dritta, quindi di sicuro è un suono che voglio approfondire. Poi con Mace sto lavorando tantissimo, anche producendo per altri, e ci piacerebbe iniziare un progetto di musica elettronica a parte, insieme.

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