Werner Herzog parla con noi

Werner Herzog vede Harmony Korine che aspetta nella lobby di un hotel londinese. Immediatamente, il sessantacinquenne grida “Mio regista!” Sorridente, Korine si avvicina ad Herzog e lo abbraccia esclamando “Mio eroe!” La sua adulazione per Herzog è facile da comprendere. Herzog è uno dei pochi veri avventurieri rimasti al mondo, e non lo fa neanche di professione. Potremmo andare avanti per ore a raccontarvi storie che lo coinvolgono, come la volta in cui si è dovuto mangiare una scarpa e la volta in cui ha contratto un’infezione nella giungla e la volta in cui un tizio gli ha sparato mentre veniva intervistato e la volta in cui si è lanciato da una finestra del terzo piano e la volta in cui ha camminato in solitaria, d’inverno, dalla Germania alla Francia e la volta in cui ha puntato una pistola contro Klaus Kinski e la volta in cui ha tirato fuori Joaquin Phoenix da un’auto dopo un incidente, ma probabilmente tutte queste cose le sapete già. Prima che si congedasse da Korine, abbiamo avuto l’occasione di ascoltare cosa aveva da dire sul suo ultimo film, Rescue Dawn, che uscirà in Inghilterra la settimana prossima.

Rescue Dawn è un classico film nel sottogenere dell’avventura / fuga di un prigioniero di guerra. Dieter Dengler, interpretato da Christian Bale, è il protagonista di questa storia vera: un pilota americano che nel 1965 è stato catturato dai Viet Cong nel Laos. Se il nome vi suona familiare, potrebbe essere perché Herzog ha già trattato questa storia dieci anni fa nel documentario Il piccolo Dieter vuole volare. O potrebbe essere semplicemente una coincidenza. Non per rovinarvi il finale, ma è la storia di Dieter, un soldato americano di origini tedesche che durante la guerra in Vietnam viene imprigionato in un campo di lavoro in mezzo alla giungla, passando sei mesi incatenato ad un formicaio, seduto nella sua merda, cibandosi soltanto di vermi. Dopo sei mesi è riuscito a scappare, è sopravvissuto in mezzo alla giungla per tre settimane, da solo, mangiando insetti e serpenti, prima di essere recuperato da un aereo di pattuglia americano.

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VICE: Non ho mai visto nessuno filmare la giungla come hai fatto tu. Mi sono sentito proprio come se mi stessi districando tra i rampicanti, ricoperto di sanguisughe fino al collo.
Gli spettatori percepiscono che quella che ho ripreso non è una finta giungla riprodotta in digitale, non ho usato espedienti tecnici. Si vede che è tutto vero. Io ho fatto l’esperienza della giungla. In questo caso, ho voluto renderla più fisica possibile. Durante uno dei sopralluoghi in macchina abbiamo avvistato una parete di rampicanti, spine e sterpaglie varie attraverso cui sembrava impossibile poter penetrare. Allora ci siamo fermati e abbiamo provato ad infilarci dentro. C’è da dire che il nostro operatore era un uomo molto forte fisicamente – un ex-giocatore di hockey dello Sparta Praga.

Che direttive hai dato gli attori per rendere il film così autentico?
Christian Bale già sapeva che mi offro sempre di fare le stesse cose che fanno gli attori. Per esempio, quando dovevamo girare la scena delle rapide ho passato tutto il giorno in acqua insieme a loro. Mi sono offerto di mangiare un paio di cucchiai colmi di vermi. Per essere solidale [con Bale] ho perso all’incirca la metà del peso che ha dovuto perdere lui. Christian ha sempre detto, “Per favore, non facciamo troppa confusione attorno alla faccenda della perdita di peso.” Non voleva finire nel Guinness dei Primati per la dieta più drastica del mondo. Ovviamente, per L’Uomo Senza Sonno ne aveva perso molto di più. Ma quello che abbiamo fatto è stato significativo e senz’altro visibile al pubblico. Per la fine del film ha perso veramente un sacco di peso (25 chili). Ma non facciamone una tragedia. Semplicemente sta a dimostrare il carico di dedizione e professionalità. Per questo Christian è il migliore della sua generazione.

Alcuni critici sostengono che il tuo metodo della cosiddetta non-fiction sia ingannevole perché tu comunque metti mano alla trama e ai personaggi.
Sono sicuro che il pubblico sentirà che la storia che c’è dietro è autentica. Non c’è nulla di inventato. Ogni singolo dettaglio, in un certo modo, è accaduto. Ovviamente, ho messo mano a delle cose. Ma le ho modificate in modo da estrarne l’essenza. Lo scopo era caricare di significato tutto quello che Dieter ha affrontato.

Cosa mi dici della campagna online promossa dalle famiglie degli altri soldati imprigionati con Dieter Dengler che si sono offese per come hai ritratto i loro parenti?
Capisco che la famiglia di Eugene DeBruin lo veda in maniera differente da come lo vedo io. E’ un loro diritto. Trovo assolutamente legittimo che loro si facciano sentire e vogliano rendere pubblica la loro versione delle cose. Ma credo anche che loro non abbiano avuto accesso ai dettagli che ho potuto ascoltare io da Dieter Dengler. Sì, qualcuno potrebbe non essere esattamente d’accordo su come ho delineato alcuni personaggi…

Ma non sono personaggi, sono persone reali e sono arrabbiate perché le hai ritratte come dei codardi impazziti.
Quarant’anni fa, prima che andasse nel Sud-Est Asiatico, apparentemente Eugene DeBruin era un premuroso padre di famiglia. Comunque, Dieter Dengler lo descrive con grande precisione, a più riprese. Dopo più di due anni passati con le caviglie incatenate, la diarrea, ammanettato agli altri prigionieri, mentre pensava di venire liberato nell’arco di un paio di settimane, la delusione che gli è montata dentro deve essere stata devastante. Dieter mi ha raccontato che molto spesso c’erano dei conflitti anche all’interno del gruppo dei prigionieri. Nel documentario vi accenna in modo sfuggente, si limita a raccontare che a volte c’erano delle incomprensioni. Tempo dopo, mi ha chiaramente detto “Werner, la questione era molto più seria. A volte ci odiavamo così tanto che ci saremmo strangolati a vicenda, se solo avessimo avuto una mano libera.” Ed è assolutamente comprensibile: stando ammanettati l’uno con l’altro per due anni, con tutta quelll’umidità, la diarrea e il sudore, è scontato che ci siano stati dei momenti di forte antagonismo.

Io ho scelto di seguire la storia di Dieter Dengler, con cui il film ha inizio e fine. E’ la sua storia. E’ un problema di fondo della narrazione. Sì, se avessi conosciuto ogni singolo prigioniero di persona e avessi ascoltato la loro storia, probabilmente avrei finito per ottenere cinque diverse versioni dello stesso film. Quindi per me era chiaro fin dall’inizio che avrei raccontato la storia dalla prospettiva di Dieter Dengler.

Secondo te quale aspetto in particolare del carattere di Dieter Dengler gli ha permesso di uscire vivo da tutto questo?
Questa è una questione complicata, e riguarda la sua dinamica interiore. Dieter era una persona unica dotata di grande buonsenso e di un forte istinto di sopravvivenza. Affrontava gli sforzi fisici senza difficoltà, anzi, ci si poneva con gioia. E poi, aveva il dono della leadership.

* Rescue Dawn uscirà in Italia a breve. O forse no. Teniamo le dita incrociate.

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